ESPLORAZIONE SCIENTIFICA

KATE WAWATAI


Kate Wawatai è l’unica donna pilota di sottomarini al mondo che operi a profondità superiori ai 10.000 metri. Oggi lavora per l’organizzazione privata di ricerca oceanografica Inkfish, di proprietà del mecenate e re dei videogiochi Gabe Newell. Kate si immerge negli abissi marini con Bakunawa, il primo sottomarino abitato ad aver raggiunto i punti più profondi di tutti cinque gli oceani. Ho avuto il piacere di intervistarla subito dopo il suo rientro in Francia – dove vive con la sua famiglia – da una spedizione al largo delle coste dell’Uruguay.



Sig.ra Wawatai, qual è la missione dell’organizzazione di cui fa parte, e come la portate a termine?

In Inkfish la nostra missione è principalmente di esplorare e mappare i fondali oceanici. A tal fine, utilizziamo una serie di strumenti scientifici estremamente avanzati. Tra questi figurano le strumentazioni di bordo del vascello di ricerca Dagon, alcuni lander da fondale e il sottomarino Bakunawa. Un lander è uno strumento dotato di sensori, videocamere, e trappole per pesci. Ne abbiamo diversi, che vengono calati tutti i giorni sui fondali oceanici, al fine di raccogliere dati scientifici. Il sottomarino Bakunawa, che viene pilotato da me e da altri tre colleghi a turno, è un prototipo della Triton Submarines. Si tratta dell’unico sottomarino al mondo in grado di raggiungere profondità superiori ai dieci chilometri. Come Inkfish collaboriamo con la University of Western Australia. I loro scienziati ci aiutano con la rilevazione, interpolazione e analisi dei dati, che vengono poi messi a completa disposizione della comunità scientifica internazionale. Abbiamo anche due bellissimi profili Instagram dove pubblichiamo molte foto e video [ ndr: @inkfishexpeditions & @deepseauwa ]. Mi sento molto orgogliosa e privilegiata di avere la fortuna di essere parte di un progetto così virtuoso, che ha – e per me questo è molto importante – come unico scopo quello di condividere conoscenza.


Quest’anno è stata nominata da The Explorers Club come parte dei 50 esploratori che stanno cambiando il mondo grazie al proprio lavoro e alla propria passione. Ci potrebbe raccontare qual è stato il percorso che l’ha portata a raggiungere questo prestigioso riconoscimento?


I settori in cui a oggi si impiegano veicoli sottomarini sono due. Il primo è quello militare, il secondo è quello dei sommergibili ricreativi. Sebbene io abbia fatto parte dell’apparato militare della Nuova Zelanda, ho avuto l’occasione di diventare pilota grazie al secondo. Circa 12 anni fa ero istruttrice di immersione subacquea tecnica. Mi immergevo anche fino a 100m di profondità con bombole e respiratori, senza un veicolo. Un giorno mi trovai a insegnare presso una compagnia che possedeva anche un sottomarino. Quando lo vidi chiesi immediatamente se fosse possibile pilotarlo. Non avendo qualificazioni specifiche, la mia richiesta inizialmente fu rifiutata. Ci tenevo veramente tanto, però. Vista la mia esperienza in immersioni profonde a circuito chiuso, finalmente acconsentirono. Da lì in poi, migliorare questa industria e renderla accessibile a tutti i desiderosi diventò la mia missione.


Immergersi con un sottomarino come il Bakunawa non deve essere semplice. Posso chiederle di raccontarmi meglio come funziona e come operate, in linea generale?


Si può immaginare il Bakunawa come una sorta di cubo di metallo con incastonata una sfera di due metri fatta di titanio. L’equipaggio, composto da massimo due persone, entra dalla sommità e si cala nella sfera. Per poter raggiungere profondità così importanti, il sottomarino è molto minimalista. All’interno della sfera, a parte le nostre postazioni, ci sono i comandi e le bombole di ossigeno. All’esterno ci sono una serie di luci, che grazie agli oblò ci permettono di vedere con i nostri occhi le profondità oceaniche. Nel corso di una missione standard, il sottomarino viene calato in acqua, quindi viene sganciato dal vascello e viaggia in modo indipendente verso il fondale. La velocità di discesa è di circa 50 metri al minuto, quindi raggiungere 10km di profondità richiede circa quattro ore. Ci inabissiamo grazie a una speciale zavorra posizionata alla base del sottomarino, che ci permette di stabilizzarci a una determinata profondità. Quindi ci spostiamo lungo il fondale grazie ai propulsori. Il sottomarino si muove a circa 1,5-3km/h, e questo ci permette di vedere tutto con la giusta calma. A missione completa, sganciamo la zavorra e cominciamo il viaggio di rientro, che dura all’incirca come quello di andata. Il vantaggio di un sottomarino come il Bakunawa è che la pressione all’interno della cabina rimane pressoché stabile per tutta la durata della missione. Quindi non abbiamo bisogno di periodi di acclimatazione.

Tra le numerose immersioni che ha effettuato, quali sono state le sue preferite? Mi può raccontare qualche aneddoto a proposito delle creature che avete incontrato?


Immergersi è sempre un’esperienza stupenda, a prescindere da dove lo si faccia e quale profondità si raggiunga. Al mondo ci sono solo cinque aree conosciute dove è possibile immergersi più di 10km. Per questo, spesso ci immergiamo in acque profonde circa 5-6km. È proprio in queste occasioni che generalmente incontriamo più creature. Qualche mese fa, per esempio, siamo stati in Antartide, dove i fondali raggiungono i 6km. Quella per me è stata una delle missioni più piacevoli. Le tipologie di animali che si possono incontrare dipendono molto dalla profondità alla quale ci si trova. Oltre i 1.000m si entra in un mondo freddo, completamente buio ed enormemente compresso. Gli esseri che vivono qui sono quelli più resilienti, come le meduse, i polpi, lo zooplankton, i batteri. Guardando fuori dagli oblò vediamo cose scintillanti e strane, cose dall’aspetto inquietante e difficili da identificare. Spesso incontriamo esseri che ancora un nome non ce l’hanno. Gli esseri bioluminescenti – che spesso vediamo nei primi 1.500m di profondità – sono spettacolari, ma gli animali che io adoro sono i cefalopodi. I miei animali preferiti in assoluto sono i polpi dumbo. Si possono trovare anche a 6.500 metri, e sono i polpi che vivono alle maggiori profondità. Negli abissi non sembra esserci molto da mangiare, eppure quelli che ho visto erano proprio paffutelli.


Quale pensa che sia stata la scintilla interiore che l’ha portata a diventare chi è oggi?


Ciò che mi guida da sempre è il concetto di Kaitiakitanga. Fa parte della cultura Māori, a cui appartengo [ndr: Kate è affiliata alla tribù Ngati Porou, in Nuova Zelanda]. Per me, significa ricordarsi che la cosa più importante non è esplorare o raggiungere obiettivi professionali, ma proteggere e rispettare tutto ciò che ci circonda. Ognuno di noi è privilegiato, nel suo piccolo. Bisogna esserne consapevoli e trattare gli altri e il mondo che ci circonda con rispetto. Bisogna essere guardiani dell’ambiente naturale, perché è importante che i nostri nipoti e discendenti possano riceverlo e goderne tanto quanto e più di noi.

Intervista a cura di Danilo Calcaterra