RICERCA SCIENTIFICA

MASSIMILIANO CATRICALà

Massimiliano Catricalà è un elettronico della scienza con esperienza ultra-trentennale presso l’Istituto di Cristallografia del CNR. Ho avuto il piacere di intervistarlo durante la sua lunga permanenza in Antartide presso la Base italo-francese Concordia. In questa occasione, ha fatto da portavoce per i colleghi e le entità di ricerca e ministeriali citati a fine articolo.


Per “rompere il ghiaccio” ci puoi raccontare cos’è la Base Concordia, e chi sono i suoi abitanti?

Concordia è l’unica base sul continente antartico gestita da due nazioni: l’Italia e la Francia. I francesi fanno riferimento all’Istituto polare Paul Émile Victor, mentre noi italiani facciamo parte del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA) dell’ENEA. Il PNRA si occupa della logistica, ovvero permette di far arrivare qui cibo, strumenti, personale, e del necessario per far funzionare la Base. I colleghi francesi si occupano della parte di manutenzione della Base stessa. La parte scientifica, invece, è prevalentemente italiana [ndr. coordinate dal CNR]. Per comunicare tra di noi parliamo il “Concordiano”, che è un misto tra Inglese, Francese e Italiano, con un’aggiunta di gestualità. La Base Concordia si trova a1.300 chilometri dalla costa, quindi all’interno del plateau antartico. Ci troviamo sopra una vera e propria montagna di ghiaccio, che poggia su un continente solido, diversamente da quanto avviene al Polo Nord. Sotto i nostri piedi abbiamo 3.250 metri di ghiaccio. Questo comporta una serie di problemi, dato che ai Poli già l’atmosfera è più sottile di suo, quindi si ha meno ossigeno. Per di più siamo ad alta quota. É come se fossimo in montagna a circa 4.000 metri di altitudine. Abbiamo un 35% di ossigeno in meno, e per quanto possiamo esserci abituati, soffriamo di ipossia. Anche perché la Base è fatta da due torri di tre piani, al cui interno ci spostiamo in continuazione. La Base Concordia non ha vicini, nel senso che le persone più prossime si trovano nella Base di Vostok, a 650 chilometri di distanza. Al momento stiamo finendo la notte polare, quindi stiamo uscendo da questa perenne notte. Siamo in tredici e siamo qui isolati dai primi di febbraio fino ai primi di novembre. Siamo sei italiani, sei francesi e un medico della Agenzia Spaziale Europea, che è svedese. Il medico viene tutti gli anni perché l’ESA è interessata a capire come gestire e come si comporta il fisico di una persona che è sottoposta a un lungo periodo di isolamento, naturalmente nella prospettiva dei viaggi spaziali di lunga durata.


Parlami un po’ del tuo ruolo, in questo complicato contesto


Come professione, sono qui come elettronico della scienza. Ovvero, ho una decina di esperimenti da gestire, controllare, manutenere. Una delle cose più difficili, soprattutto a causa delle temperature, è assicurarsi che gli strumenti funzionino a dovere. L’elettronica non è fatta per temperature di questo tipo: abbiamo raggiunto i -100°C, oggi ci sono -70°C con il wind chill. La cosa singolare è che quando si pensa a un lavoro che in Italia richiederebbe cinque minuti, qui potrebbe portare via una mattinata. Magari devi solo girare una vite, ma se hai tre paia di guanti a muffola uno sopra l’altro e ti si gelano comunque le mani, non è così semplice. Anche tutti quanti i cavi, quando stanno a queste temperature diventano dei pezzi di legno, si congelano. Funzionano lo stesso, ma se prendo un cavo e lo piego si spezza, sono tutti a rischio. I progetti che seguo, comunque, hanno a che fare con la sismologia, il geomagnetismo, seguo il SuperDARN [ndr. Super Dual Auroral Radar Network], strumenti che controllano la qualità dell’atmosfera e altri. Per quanto riguarda, invece, il ruolo dello Station Leader, diciamo che non è pesantissimo, perché siamo tutti professionisti, non ci sono teste calde. Però è chiaro che la missione è molto lunga, e porta a un isolamento importante. Questo comporta un certo affaticamento mentale. Come Station Leader bisogna essere un po’ moderatori dei rapporti interpersonali. È vero che uno sa bene a cosa va incontro, perché si deve passare un processo di selezione e corsi di preparazione. Però stare qui, pensando che nessuno può venire a salvarti e che tu non puoi andare via anche volendo, è una condizione unica. Considera che anche quelli dell’ISS volendo potrebbero essere ripresi in 24 ore. Noi, a prescindere, dobbiamo aspettare novembre, perché a queste temperature oggettivamente non possono arrivare aerei. Quando la temperatura scende sotto i -55 e -60°C, ma soprattutto quando arriva a -80, i motori non funzionano più. Si congela il gasolio, le parti meccaniche, il grasso, l’olio.


In linea d’aria la Base Concordia dista circa 15.000 chilometri dall’Italia. Essendo circondata da ghiacci, tempeste di neve e temperature in grado di uccidere ogni forma di vita, come può essere possibile raggiungerla?


L’Antartide, essendo nell’emisfero opposto rispetto all’Italia, ha un estate che dura da novembre a gennaio. In quel periodo le temperature sono molto più permissive, quindi gli aerei possono volare tra una base e l’altra. Considera che in estate qui siamo in sessanta, settanta persone. Fuori dalla Base le temperature sono attorno ai -20°, -30°C, quindi accettabili per poter usare i mezzi e apportare quelle modifiche strutturali di manutenzione ai vari shelter, che si trovano a sette, ottocento metri dalla Base. Durante l’estate c’è molta più attività e ci sono questi aerei, dei Basler degli anni ’50, che portano 10-12 persone più il cargo. Con questi aerei ci siamo spostati dalla Stazione italiana Mario Zucchelli, che si trova sulla costa, fino a Concordia. Alla Zucchelli siamo arrivati con un aereo partito dalla Nuova Zelanda, un Hercules C130, che è atterrato sul mare ghiacciato che si forma davanti alla Stazione. Si tratta di voli lunghi, di 5-6 ore ciascuno. Poi considera che oltre a questi io ho fatto Roma Copenhagen, Copenhagen Singapore, Singapore Christchurch (in Nuova Zelanda), dove tra l’altro abbiamo fatto una quindicina di giorni di isolamento in una camera d’albergo [ndr. per via del covid-19].


Perché è importante il vostro lavoro, per i cittadini italiani?


L’Antartide è il posto ideale per poter fare alcuni tipi di misurazione, di ricerche. L’astronomo, per esempio, qui ha quasi due mesi e mezzo di notte continua, quindi può fare osservazioni lunghissime. Per di più è agevolato dalle condizioni di mancanza di umidità [ndr. il vapore acqueo in aria congela, per questo si hanno tassi di umidità anche del 3%] e di inquinamento sia luminoso che atmosferico. Un discorso simile vale per le osservazioni di sismologia e geomagnetismo. Posta questa premessa, è importante capire che, soprattutto oggi, è fondamentale raccogliere dati relativi ai cambiamenti climatici in corso. E, quindi, il ruolo che l’Antartide svolge come riferimento affidabile, “punto zero”: ci può dare la possibilità di capire cosa stia succedendo in Italia e, soprattutto, di fare previsioni su cosa vi potrebbe succedere in futuro. In questi anni abbiamo rilevato dei distacchi di ghiaccio – ovviamente sulla costa – molto importanti. Nel mese di marzo si è staccato un iceberg che era grande come una grande città. Questo avviene anche per via del riscaldamento dell’acqua marina, che proviene dalle parti che più si stanno scaldando del globo Terrestre. Considera che l’Antartide è un po’ il frigorifero del mondo, il clima europeo si regola anche sul freddo che generano i Poli. Più scaldiamo noi, più si sciolgono loro e meno si raffredda il pianeta.


Concordia è nata come Base di supporto per il progetto europeo EPICA (European Project for Ice Coring in Antarctica), che si prefiggeva la missione di perforare a carotaggio continuo la calotta glaciale fino alla base rocciosa. A cosa servono i carotaggi?


Il progetto EPICA ha permesso di fare una trivellazione di 3.200 metri, senza però arrivare al bedrock. Il lavoro svolto ha permesso di ottenere delle “carote di ghiaccio” relative all’intero spessore perforato, che ancora oggi vengono conservate qui a temperatura costante – a meno 55°C circa – in caverne sotto il ghiaccio. I carotaggi servono, appunto, a estrarre dei campioni di ghiaccio antico. Più si scava in profondità e più si viaggia indietro negli anni. A 3.000 metri di profondità si trova ghiaccio di 800.000 anni fa. In esso – come anche in quello più superficiale – si possono trovare delle bollicine d’aria, che ci permettono di capire con precisione quali fossero le condizioni atmosferiche di quel tempo. I carotaggi ci hanno permesso di vedere, nell’aria degli ultimi 200 anni, un picco di CO2 di 40 volte maggiore rispetto a quello degli ultimi 800.000 anni. Il motivo è abbastanza lampante, dato che coincide con il periodo di industrializzazione umana. Per di più, in alcuni casi riusciamo anche a dettagliare i singoli periodi industriali. Per esempio, solo a una profondità specifica si trova il piombo, sostanza inizialmente contenuta nella benzina e poi abolita. La cosa interessante è che, più in profondità, si trovano tracce diverse, come per esempio le polveri sollevate dalle grandi eruzioni vulcaniche.

Le spedizioni italiane in Antartide sono realizzate nell’ambito del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA) finanziato dal Ministero dell’Università (MUR), e sono coordinate dal CNR per le attività di ricerca scientifica e dall’ENEA per l’attuazione logistica.

Scopri il PNRA:
www.pnra.aq
Facebook: Italiantartide
Youtube: pnra italiantartide

Un ringraziamento particolare va a Francesca Zinni, per la professionalità e disponibilità dimostrate.

Intervista a cura di Danilo Calcaterra